Riflessioni di un medico sul Convegno “L’arte della relazione” e il ruolo della filosofia nella sua professione

writing_a_letterIl medico d’oggi prigioniero del monocolo Polifemo (il gigante burocratico-amministrativo-giurisprudenziale) si trova a dover uscire con astuzia dalla prigionia della grotta: novello Gregorio del Kafka. “I tempi di crisi sono formidabili opportunità di crescita” (dr. D. de Paolis, presidente Istituto Psicosintesi), ed è così che -dulcis in fundo- c’è stato a fine settembre di quest’anno il Convegno “L’arte della relazione” organizzato dall’Ordine di Venezia in collaborazione con la Facoltà di Filosofia di Venezia (in qualche modo richiama i precedenti Convegni del 2010 e del 2012 “Bellezza, armonia e salute: quale relazione?”). Se con amarezza prendo atto che l’impegno del medico occupa ore e ore della sua attività in pratiche che poco hanno a che fare con l’arte medica, ciò non di meno osservo che c’è ancora la possibilità di riappropriarci come medici della nostra anima. Il Convegno a Ca’ Foscari ne è stata la conferma.
Finalmente: al dì fuori della giusta ottimizzazione dei costi, è sicuramente giusto operare 100 protesi d’anca con metalli meno preziosi piuttosto che soltanto 2 con materiale pregiato, ma bisogna sempre tener conto che il medico tratta il malato, e che le variabili in medicina non sono l’eccezione ma la norma, anche se spesso il medico che fa la sostituzione delle valvole cardiache o l’impianto di una protesi dentaria, è trattato –tra protocolli e linee guida regionali-aziendali-divisionali – come un operatore economico non diverso dal meccanico che sostituisce bulloni e candele su un’automobile: linee guida e protocolli , circolari regionali e drg, che diventano arma a doppio taglio, impugnati da pazienti e avvocati e spesso dallo stesso medico, e diventano strumenti in mano a periti e consulenti tecnici tutti bravi a posteriori ad applicare le norme, ma senza tener conto della relazione, ma solo della malattia: la malattia è un’entità che non esiste nella realtà ma solo sui trattati, perché esiste solo quel malato in quel particolare momento, portatore di un malessere spesso con una multi-patologia e spesso con sintomi contradditori. Un giorno, un capitano di nave venne incolpato per una manovra scorretta, e il suo avvocato chiese se i calcoli fatti dagli accusatori erano corretti e gli accusatori dimostrarono –carte alla mano- che i loro calcoli sulla manovra erano stati verificati in ore e ore di lavoro per essere sicuri di dimostrare la correttezza degli stessi: vinse la difesa, allorché spiegò al Giudice che quel capitano -per decidere la manovra della nave e dare l’ordine di esecuzione- aveva a disposizione solo 20 secondi.
Ecco dunque un accenno ad alcuni insegnamenti significativi del Convegno “L’ARTE DELLA RELAZIONE”. La locandina è significativa perché la cornice è bucata e rotta dai numeri e dalle lettere, come per significare che non tutto può essere “inquadrato”. Hanno parlato quattro professori dell’Università di Venezia:
1) Luigi Perissinotto, filosofo del linguaggio, apre il convegno su “Cura e comunicazione” e spiega come nelle relazioni sociali e medico/paziente (e tanto più nelle situazioni psichiatriche, aggiungo io) la relazione si svolge non solo sulla base del linguaggio, ma la comunicazione avviene anche e soprattutto tramite ciò che è il NON-DETTO!
L’abitudine di voler inquadrare tutto è tipico oggi delle società che esprimono così la loro massima INSICUREZZA (ne è stato un buon esempio fallimentare la Germania nazista di Hitler); ed è questo l’ambiente sociale in cui oggi si vorrebbe imprigionare la professione medica. Spiega il prof. Perissinotto che “rispondere alla lettera” ad una domanda significa giocare sulla non-relazione e sulla non-comunicazione.
2) Ivana Padoan, di Ca’ Foscari , titolo della relazione “Assertività, interazione e violenza nella comunicazione”, mette in risalto poi come la comunicazione scritta è un approccio di prima comunicazione e di apertura, ed allarga -ma può diventare il mezzo per limitare- il rapporto con il paziente.
Perciò si può passare dalla cartella clinica ambulatoriale al preventivo scritto di spesa della cura (controfirmato dal paziente) sia come mezzo di comunicazione sia come mezzo di non-comunicazione. Il “consenso informato” somiglia molto al bugiardino dei farmaci!
3) Luigi Vero Tarca col titolo “Verità e cura. La cura dei mortali nell’era tecnica” ci riporta la importanza della centralità del rapporto sull’uomo (sulla nostra umanità), almeno come tendenza ideale.
4) Laura Candiotto , “Le pratiche filosofiche integrate nella cura della relazione”, pone l’accento sul Logos, e quindi sull’armonia, nel momento in cui anch’io mi riconosco nell’armonia del cosmo. E cita G. Cosmacini: “In un’ottica che riduce l’antropologico al somatico e il sociale al mutualistico, medico e paziente perdono entrambi la nozione di rapporto privilegiato che è fatto innanzitutto di coinvolgimento reciproco … Il pericolo ultimo è quello di una barriera calata tra medico e paziente, a determinare una medicina del silenzio in contrasto con l’aforisma perenne che <un buon medico è la prima medicina> “.
Nel pomeriggio i Conduttori dei gruppi esperienziali sono stati di eccezionale abilità, , per la disponibilità al confronto e per le esperienze dirette sul corpo e sulla relazione col corpo.
Gli ultimi due Relatori del mattino ci hanno indicato il sistema in cui possiamo identificarci, per riappropriarci della nostra “anima” di medico identificando noi stessi nella “vera” funzione, al di là di tutti gli impegni burocratico-amministrativi-legali e nonostante questi. E’ il “FARE ANIMA” di James Hillman (psicoterapeuta di impostazione Junghiana), un atteggiamento psicologico (e somatico) che consente – in armonia con noi stessi – un nuovo stile di cura.
In città frenetiche per traffico, talvolta solo dormitori, in cui non c’è più il medico di campagna né l’indennità di cavalcatura, e spesso neanche l’asciugamanino bianco in bagno (la visita domiciliare é abitudine prevalente solo in Italia), con l’onorario non più pagato direttamente ma diventato stipendio, il paziente/cliente/persona assistita ha diritto – quale elemento più debole nella relazione- non soltanto all’assistenza sanitaria, alla cura; ma può ricevere anche un dono prezioso, un valore aggiunto che nessun protocollo potrà mai regolamentare: l’arte medica.
Dott. Renzo Giacomini

fonte: sito dell’Ordine dei Medici della Provincia di Venezia

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